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Due condanne e quattro patteggiamenti nel processo «Italcarni». Una sentenza di primo grado che concede buoni motivi di soddisfazione, a partire dalla condanna a 1 anno e 6 mesi di Bruno Pavesi.

Per il veterinario della ex-Asl di Brescia il giudice ha confermato i reati di falso e minacce a pubblico ufficiale. Il riferimento è alle pressioni esercitate nei confronti di Erika Vergerio, la collega che si è «permessa» di segnalare e denunciare le anomalie del macello.

Nell’impianto di Ghedi le vacche venivano trascinate con le catene, su pavimenti appestati di sangue, membra e feci, spesso infilzate con i forconi, altre volte sollevate con i muletti. Il tutto (come documentato dalle telecamere della Procura e in seguito mostrato dalle inchieste di Servizio Pubblico) in spregio delle basilari norme igienico-sanitarie e con il risultato di trasferire alle carni immesse sul mercato cariche batteriche fino a 50 volte superiori ai limiti di legge. Ciononostante le accuse di adulterazione della carne non sono state accolte.

Il Movimento 5 Stelle chiede da tempo una legge che tuteli i «whistleblowers» e tale richiesta è stata ribadita nella seconda interrogazione da me presentata a seguito delle rivelazioni di «Tritacarne», il libro di Giulia Innocenzi (la prima interrogazione la presentai agli albori dell’inchiesta). Sotto questo aspetto la sentenza non può che essere accolta positivamente in quanto riconosce e «premia» la tenacia con cui Erika Vergerio ha scelto di non cedere di fronte a Pavesi, il quale le aveva promesso guai qualora non avesse «allentato i controlli». Ricordiamo che, anziché riconoscerne il merito, i vertici Asl hanno reagito alle segnalazioni inviando alla Vergerio un provvedimento disciplinare. Anche per questo il M5S ha chiesto le dimissioni dei vertici dell’Asl di Brescia, palesemente protetti da piani politici «alti».

Il processo con rito abbreviato si è concluso con il patteggiamento di 2 anni e 8 mesi di reclusione per Federico Osio, ex amministratore del macello, e con il patteggiamento di tre dipendenti della struttura. Il reato di maltrattamento, evidente dalle immagini, è stato invece riconosciuto solo per l’altro veterinario accusato, Gian Antonio Barbi, condannato a due anni anche per falso in atto pubblico.

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Guarda il servizio di TeleTutto sulla sentenza di primo grado.

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Leggi la mia prima interrogazione sul caso Italcarni.

Download (PDF, 135KB)

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Leggi la mia seconda interrogazione sul caso Italcarni.

Download (PDF, 51KB)

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