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Ci troviamo all’alba di un’era rivoluzionaria senza precedenti. Quella che Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee (docenti dell’MIT di Boston) hanno definito la “seconda era delle macchine”.

A differenza delle rivoluzioni tecnologiche del passato ora le macchine sono davvero intelligenti, in quanto sempre più autonome dall’uomo e in grado di sviluppare la cosiddetta intelligenza cognitiva di cui l’uomo fino a poco tempo fa era l’unico detentore. Ebbene sì, stiamo parlando dell’intelligenza artificiale che già oggi è in grado di rendere gli automi capaci di interagire, apprendere, reagire agli stimoli, replicare gesti, riconoscere suoni e/o immagini, manipolare oggetti ed elaborare informazioni estremamente complesse.

Non sto parlando di fantascienza, ma di una realtà con la quale ogni giorno abbiamo a che fare e che nei prossimi anni sarà sempre più pervasiva nelle nostre vite.

Pensiamo a quando ci dobbiamo spostare in un luogo che non conosciamo e utilizziamo Google Maps, che in tempo reale ci segnala il tragitto più breve, gli autovelox, i percorsi alternativi in caso di traffico e così via. Oppure pensiamo a quando al supermercato per evitare la fila ci affidiamo alle casse automatiche. O quando al casello dell’autostrada preferiamo quella voce metallica programmata per salutarci solo una volta che abbiamo saldato il conto. Oppure alle audioguide nei musei capaci di fornirci informazioni dettagliate su numerosissime opere d’arte in 6 lingue diverse. Oppure alle app alle quali ci affidiamo per programmare i viaggi in treno o aereo, il noleggio d’auto, la prenotazione degli hotel e per organizzare gli spostamenti urbani, magari in metro driverless (senza conducente).
Oppure ai distributori automatici di pizze, come quello che ho personalmente visto per la prima volta all’aeroporto di Orio al Serio (Bergamo) nel lontano 2010, dove un “pizzaiolo meccanico” in meno di 3 minuti mescola acqua e farina, impasta, passa alla farcitura e la ripone nell’apposita scatola di cartone delle classiche pizze d’asporto.

Ma stiamo parlando del passato. Caliamoci nel presente per dare uno sguardo verso il futuro sempre più criptico ai nostri occhi.

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Rody Man

Per rimanere in tema di pizze, all’Università Federico II di Napoli è stato recentemente progettato un robot unico nel suo genere: Rody Man (Robotic Dynamic Manipulation) è in grado di manipolare oggetti dalla struttura instabile, deformabile ed elastica come è appunto la pasta della pizza; tutto ciò grazie a un esperto pizzaiolo che gli ha insegnato i movimenti e i trucchi del mestiere. Può sembrare una banalità, ma a differenza della macchinetta sforna pizze dell’aeroporto, Rody Man dimostra di essere in grado di apprendere una delle attitudini umane tra le più complesse, la manualità. L’uomo con la manualità lavora, crea opere d’arte, gioca, comunica, empatizza e genera emozioni.

Ma non finisce qui, oggi esiste la segretaria virtuale dal nome “Amelia”, capace di svolgere egregiamente mansioni da centralinista, receptionist e segretaria, i medesimi compiti ricoperti in Italia da circa 2,5 milioni di addetti.
Anche “Ros” non è da meno, avvocato digitale in grado di esaminare in pochi istanti milioni di contratti, sentenze e leggi per valutazioni giuridiche migliori di qualsiasi avvocato e costando meno di uno stagista.
“Emma” invece è persino una cronista che con freddezza riporta in tempo reale le notizie di stampa scrivendo degli articoli ineccepibili.
Per finire con Watson Health, il cervellone dell’Ibm che tra le innumerevoli competenze ha addirittura sviluppato quelle diagnostiche, come la mappatura dei nei per l’individuazione dei melanomi con un margine di errore ben al di sotto dei dermatologi. L’algoritmo di Watson ha una percentuale di errore solo del 5%, mentre i medici in carne e ossa tra il 16% e 25%. (Leggi anche questo post per saperne di più).

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Amelia, robot segretaria cognitiva

Se la Legge di Moore è attendibile, ovvero che “la complessità di un microcircuito, misurata ad esempio tramite il numero di transistori per chip, raddoppia ogni 18 mesi (e quadruplica quindi ogni 3 anni)”, immaginatevi quali potranno essere i futuri progressi dell’innovazione e l’impatto che potranno avere nella nostra società dal punto di vista, sociale, culturale e politico-economico.

Prendiamo in esame anche solo l’impatto che le nuove tecnologie avranno sull’occupazione.
Secondo il rapporto del World Economic Forum di Davos del 2016 saranno 5 milioni i posti di lavoro che andranno persi in Europa entro il 2020; più pessimiste le stime del capo economista della Bank of England Andy Haldane che prevede una perdita di 15 milioni di posti di lavoro nel solo Regno Unito e di 80 milioni negli USA nei prossimi anni. Mentre secondo uno studio della Oxford Martin School University, nei i prossimi 10/20 anni le professioni a rischio automazione sarebbero il 50% in Europa e il 47% negli Stati Uniti.

Peccato che questi numeri in Italia non facciano paura ai nostri governanti. Il sottoscritto se ne è occupato prima di ogni altro in Parlamento presentando ormai 3 anni fa una risoluzione sul tema della disoccupazione tecnologica e chiedendo al Governo di avviare una indagine conoscitiva sull’impatto delle nuove tecnologie nel mondo del lavoro, avviare un osservatorio sulle professioni a rischio obsolescenza, interventi in materia di formazione continua e scolastica, interventi normativi sull’orario di lavoro, sulla protezione sociale per contrastare le diseguaglianze e per tutelare disoccupati e sottoccupati (riascolta le audizioni degli esperti).

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All’IIT in compagnia di iCub

In collaborazione con la collega Tiziana Ciprini sono stato promotore della prima ricerca previsionale su come evolverà il lavoro in Italia nel prossimo decennio coinvolgendo nel progetto dei massimi esperti di tecnologie, economia, globalizzazione, organizzazione del lavoro, sociologia e altre importanti materie. Questo studio – chiamato LAVORO 2025 – ha attratto l’interesse di una buona parte del mondo politico, ma l’approccio a questi argomenti appare ancora troppo timido rispetto alla velocità dell’evoluzione di questi mutamenti epocali.

Il paradosso del modello sociale ed economico nel quale ci troviamo è che viviamo nell’era dell’abbondanza, dove grazie ai continui progressi nel campo dell’innovazione si riesce ad avere sempre più beni e servizi con molto meno lavoro fatto dall’uomo. Una grandissima opportunità per l’umanità di affrancarsi dal lavoro, soprattutto se manuale, faticoso e ripetitivo. Invece no! La produttività sta schizzando alle stelle, la disoccupazione pure e le disparità sociali ancor di più. Ma la domanda sorge spontanea: a questo punto, chi acquisterà quei beni e quei servizi se al posto degli operai, impiegati e professionisti avremo i robot? Da qui la necessità di risolvere la questione della redistribuzione delle ricchezze, semplice da comprendere, molto più complessa da realizzare.

Robert Reich, ex “Segretario del Lavoro” dell’amministrazione Clinton, con un documentario dal titolo “Inequality for all” mette in evidenza le storture del modello economico dominante in grado di produrre sempre più ricchezza senza saperla redistribuire. Pone inoltre l’accento sull’importanza di una classe media forte poiché in grado di dare stabilità all’economia e di determinare la spesa al consumo (negli Stati Uniti il 70% della spesa al consumo è alimentata proprio dalla classe media).

Tuttavia il trend continua ad andare nella direzione opposta. Secondo il rapporto Oxfam, nel 2010 le 388 persone più ricche detenevano la ricchezza del 50% della popolazione più povera (3,5 miliardi). A distanza di soli 6 anni sono diventati 8 i super-ricchi a detenere la ricchezza equivalente di 3,6 miliardi della popolazione più povera. Vale a dire una ulteriore polarizzazione della ricchezza nelle mani di pochi a discapito della moltitudine.

Raccontato lo stato dell’arte, ci si pone di fronte al “che fare”, alla ricerca delle soluzioni. Una delle più discusse è quella di dare un reddito a chi non ce l’ha; ovvero un’opportunità di vita che oggi è purtroppo ancorata al seguente rapporto/patto sociale: lavoro, quindi produco, quindi percepisco un reddito, quindi consumo, quindi vivo o sopravvivo. Questo rapporto purtroppo non regge più perché le macchine lavorano al posto nostro, lo fanno senza percepire un reddito e soprattutto non vanno a fare la spesa.

Alla politica spetta il difficile compito di tradurre il “che fare” nel “come fare” cercando di interpretare questa rivoluzione storica che sta mettendo in discussione il paradigma sociale ed economico su cui si regge il sistema, prima che siano gli eventi a travolgere la politica stessa.

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Ascolta il mio ultimo intervento alla Camera sul tema della robotica e dell’intelligenza artificiale.

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