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Sembra incredibile, ma il primo presidente americano che volle assegnare un reddito di base ai cittadini statunitensi fu Richard Nixon.

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La copertina del numero di Internazionale dedicata al reddito minimo

Quello che sto per raccontarvi è il secondo aspetto interessante dell’articolo di Rutger Bregman pubblicato la scorsa settimana da «Internazionale». Se vi siete persi il primo e avete a cuore la questione del reddito di cittadinanza, vi invito a leggerlo qui: ne vale la pena.

Bregman ci racconta che Nixon fu realmente intenzionato ad affrontare il problema della povertà attraverso il reddito di base. Per questo chiese l’avvio di un progetto sperimentale su 8.500 cittadini di diversi paesi e Stati (New Jersey, Pennsylvania, North Carolina, Indiana, Seattle, Denver).

L’esperimento consentì di stabilire che un reddito di base negli USA non sarebbe risultato eccessivamente costoso. Soprattutto, si vide chiaramente che i 1.600 euro all’anno concessi alle famiglie avevano avuto effetti largamente positivi. In particolare, la maggiore disponibilità economica aveva avuto due effetti particolari:

  • [highlight]A lavorare meno erano soprattutto giovani donne e madri con figli piccoli[/highlight].
  • [highlight]Il  tempo recuperato dal lavoro veniva sostanzialmente impiegato per studiare, per migliorare la propria formazione e nella ricerca di un posto di lavoro migliore[/highlight].

In quell’epoca il New York Times ospitava contributi di economisti come Paul Samuelson, John Kenneth Galbraith, Harold Watts, James Tobin e Robert Lampman, che insieme sostennero: «Il Paese non si sarà assunte a pieno le sue responsabilità fino a quando non avrà garantito ai suoi cittadini un reddito non inferiore alla soglia ufficiale di povertà». La loro lettera venne firmata da 1.200 economisti.

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L’economista Martin Anderson, consigliere di Nixon, era fortemente contrario al reddito di base

Bene, ricordate il «Sistema Speenhamland»? [highlight]L’analisi truffaldina che le autorità politiche e religiose stesero nel 1832[/highlight] per affossare il programma di sostegno al reddito avviato nel 1785 [highlight]fu usata da chi[/highlight], come il consulente di Nixon Martin Anderson (la sottospecie di Brunetta che vedete in foto), [highlight]cercò di opporsi alla manovra troppo progressista del presidente[/highlight].

La lettura della relazione presentata da Anderson portò Nixon a incaricare i suoi principali consiglieri di andare a fondo. «Loro gli mostrarono i primi risultati dei programmi pilota di Seattle e Denver, da cui risultata che [highlight]le persone non avevano affatto cominciato a lavorare meno[/highlight]». I giornali parlarono entusiasticamente delle intenzioni di Nixon e persino il consiglio nazionale delle chiese, i sindacati e il settore industriale avrebbe visto di buon grado il reddito di base. Il vero problema fu convincere il Senato.

Nell’aprile del 1970 la Camera votò a favore. In Senato lo scontro fu tra i repubblicani, che ritenevano la manovra troppo costosa, e i democratici, che chiedevano un innalzamento della quota. Il Senato bocciò per due volte la proposta, sia nella versione originale, sia in quella lievemente modificata. «A quel punto il mito dello Speenhamland riprese forza». Per quella che Nixon riteneva la legge più importante del proprio mandato non c’era più speranza.

Dalla fine degli anni Settanta gli attacchi allo stato sociale si fecero più aspri. Ebbe largo consenso l’idea di George Gilder, «l’autore più citato da Ronald Reagan», secondo il quale [highlight]la povertà era «un problema morale che aveva le sue radici nella pigrizia e nel vizio»[/highlight]. Come argomento si disse che il Sistema Speenhamland aveva aumentato i divorzi del 50 percento, informazione smentita da ricerche successive. [highlight]Martin Anderson scrisse come un corvo sul New York Times: «Una riforma radicale dello stato sociale è un sogno impossibile»[/highlight].

Nonostante i risultati dei primi esperimenti parlassero chiaro, Nixon non era riuscito ad abbattere i pregiudizi già diffusi e poi esplosi circa la responsabilità dei poveri nella propria condizione e l’importanza del lavoro retribuito come unico fattore per accedere al benessere. A quanto pare, la retorica utilizzata dal presidente non seppe minare alle fondamenta l’antico preconcetto del povero pigro.

«Oggi l’idea di un reddito base per tutti gli statunitensi […] è inconcepibile come lo erano in passato quelle del suffragio femminile e della parità di diritti per le minoranze etniche. E’ difficile immaginare che un giorno riusciremo a liberarci del dogma secondo cui se vogliamo avere i soldi dobbiamo lavorare. Il fatto che un presidente conservatore come Nixon un giorno abbia cercato di introdurre un reddito di base sembra essere completamente evaporato dalla nostra memoria collettiva».

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Da sempre ci battiamo per il reddito di cittadinanza

Le analisi del Sistema Speenhamland condotte a distanza di anni e la lettura dei risultati degli anni Settanta fatta di recente da studiosi come Brian Steensland dell’Università di Princeton devono [highlight]spronarci a sostenere la battaglia del Movimento 5 Stelle[/highlight]. [highlight]Da tempo in Parlamento chiediamo con convinzione l’introduzione del reddito di cittadinanza[/highlight].

Il XXI secolo e le assurde disparità a cui assistiamo o che viviamo personalmente non possono concederci il lusso di perdere altro tempo o di rimanere vittima di antichi pregiudizi morali.

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