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Del rapporto che lega gli Stati Uniti d’America a Paolo Gentiloni ne abbiamo già parlato: Gentiloni è un premier “approved by Americans”, altrimenti, poco prima di diventare ministro degli Esteri, non sarebbe andato a spasso per le sale del Congresso salutando e abbracciando con disinvoltura chiunque gli venisse incontro. Di questo grande amore ha parlato lui stesso alla Camera stamattina leggendo al Parlamento le dichiarazioni programmatiche e precisando che l’Italia è grande amica degli Stati Uniti e della Nato.

Che poi questa amicizia assomigli spesso a un gioco pericoloso e perverso poco importa. A darcene la prova è un piccolo ma significativo episodio, ed è utile ricordarlo.

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L’assassinio di Aldo Moro è ancora un mistero.

Come membro della Commissione sulla morte di Aldo Moro, il 10 giugno dello scorso anno ho chiesto che la Commissione si attivasse per audire Henry Kissinger, uno dei più influenti falchi USA e, ai tempi dell’omicidio Moro, segretario di Stato americano.

Secondo le dichiarazioni giurate di Guerzoni, ex collaboratore di Moro, e secondo rivelazioni della moglie, Moro avrebbe subìto da Kissinger minacce più o meno velate qualora si fosse disposto a fare alleanze non gradite agli Stati Uniti. “Se non cambi linea politica la pagherai cara”.

A 18 mesi di distanza ancora non c’è traccia di risposta alla mia richiesta. Alla faccia della “solerzia” di Gentiloni, che senza dubbio nel frattempo ha avuto modo di incontrare Kissinger. I due, per esempio, erano assieme il 17 giugno 2015 all’American Academy di Berlino, dove si è svolta la cerimonia di consegna del Premio Kissinger a Giorgio Napolitano, il “comunista” considerato dall’ex segretario USA l’interlocutore italiano privilegiato e strategico nello scacchiere politico del tempo (qui il video del giudizio di Kissinger sull’amico Napolitano). C’era anche Maria Elena Boschi, per dirla tutta.

Il 15 luglio 2015 Gentiloni si è presentato in Commissione Moro per parlare del più e del meno. Il suo intervento è stato come sempre condito da un profluvio di parole sulla necessità di favorire l’indagine della Commissione, sul bisogno per l’Italia di scavare in questa vicenda triste e drammatica. Peccato che quando gli ho chiesto se avesse avuto modo di ricordare al suo “amico” Kissinger che la Commissione lo avrebbe aspettato, l’unica risposta che ha saputo dare è stato un timido “abbiamo chiesto all’Ambasciata”. Da allora il silenzio, il nulla.

Sarebbe cosa buona che i giornalisti gli facessero qualche domandina su questa vicenda, ma forse sto pretendendo troppo.

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Il resoconto stenografico della Commissione Moro del 2015.

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