378 visite totali,  3 visite oggi

Durante la fase emergenziale, il ricorso allo smart working è stato lo strumento principale per consentire ai lavoratori di operare in sicurezza con un numero complessivo di 1.922.349 lavoratori del settore privato attivati nel periodo.

Con l’inizio della Fase 2 cos’è accaduto? Che alla data del 4 maggio 2020, sempre nel settore privato, il numero si è ridotto a 1.119.309 lavoratori. Un esercito di 800 mila persone sono state richiamate negli uffici!

La domanda che ci dobbiamo fare è: se questi lavori si potevano effettivamente eseguire da casa, per quale ragione si è tornati indietro?

Il Professor Domenico De Masi la chiama “Sindrome di Bill Clinton“.

Il lavoro agile comporta un aumento della produttività fino al 20%; una riduzione dei costi per le imprese in termini di fitti, utenze e altri costi fissi; un risparmio di tempo e di denaro per i lavoratori; per la collettività un miglioramento della mobilità e dei livelli di inquinamento condizionati dal traffico veicolare.

Per tutte queste ragioni è il momento di dare una svolta rispetto a questa possibilità. Incentivando sì, chi adotta la modalità di lavoro agile, ma anche fornendo strumenti di tutela a coloro i quali potrebbero lavorare in smart working ma non gli viene data la possibilità.

Esiste già la norma che prevede il diritto allo smart working per le persone con disabilità e per i caregiver (art.39 del decreto Cura Italia), sarebbe però da estendere a partire dai genitori con figli in età scolare e a tutti coloro che lo richiedono in presenza dei presupposti per svolgere le proprie attività lavorative al meglio (come proposto dalla giurista Annalisa Rosiello).

Il Professor De Masi parla addirittura di 8 milioni di telelavoratori durante la fase di lockdown. Numeri sovrastimati? Questo non sono in grado di dirlo. Sono però convinto che rispetto ai “numeri certificati” le persone coinvolte sono state molte di più nonostante non siano state intercettate dai radar delle comunicazioni obbligatorie. Si tratta di telelavoratori invisibili ai quali il lavoro da casa è stato imposto, senza però alcun beneficio delle tutele.

Anche a questo triste fenomeno occorre mettere fine. Non devono esistere “forme creative” di lavoro agile a uso e consumo dell’azienda di turno.

Esiste un quadro normativo di riferimento che va rispettato. Esistono delle tutele per i lavoratori e garanzie per le imprese. Tra l’altro a causa della situazione emergenziale le procedure per l’attuazione sono state semplificate. Per cui occorre solo la volontà e, per taluni, l’abbandono della concezione novecentesca del lavoro. Ne beneficeremmo tutti: imprese, lavoratori e collettività.