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Intervento pubblicato giovedì 19 agosto 2021 sul mio blog de ilfattoquotidiano.it

Mentre in Italia le maggiori testate giornalistiche e dei talk show televisivi ci riempiono di nuovi luoghi comuni tutti dedicati al Reddito di cittadinanza, in questi giorni a Glasgow si sta svolgendo un interessantissimo dibattito internazionale sul reddito di base incondizionato.

Se ne discute ormai da decenni, i programmi pilota sono ormai numerosi e diffusi nei vari continenti, dall’Europa alle Americhe fino all’Asia. Nonostante ciò, in Italia è ancora un argomento tabù, a parlarne sono rimasti pochissimi intellettuali come il sociologo del lavoro Domenico De Masi, qualche esponente politico di secondo piano, qualche associazione impegnata da anni e il visionario Beppe Grillo.

Proprio qualche mattina fa, ospite di una trasmissione televisiva, mi sono ritrovato a discutere di povertà e di quelle che vengono impropriamente definite inefficienze della misura del Reddito di cittadinanza. Nel parterre erano presenti tutti: giornalisti, politici, studiosi, imprenditori. Mancava giusto “il povero”. Fateci caso, ogni qual volta in uno studio televisivo si discute di povertà, il “povero” è sempre assente. Ovvero la persona maggiormente legittimata a dare un giudizio sulle norme di cui sono diretti fruitori. Di certo non si può dire che siano difficili da intercettare, solo nel 2020 i beneficiari della misura sono stati 3,7 milioni di persone, di cui 1 milione di minori e 450mila disabili.

Ma guardiamo avanti, l’Italia è stata l’ultima in Europa in ordine cronologico a introdurre una misura di sostegno al reddito al fine di contrastare la povertà, tra l’altro legata a forti condizionalità e a un apparato sanzionatorio estremamente punitivo. Nonostante ciò, le due critiche principali riguardano: la mancata separazione netta tra il contrasto alla povertà e le politiche attive; la presunta scarsa volontà dei percettori del Rdc di rendersi disponibili al lavoro. Critiche facilmente smentibili dai dati Istat, dall’osservatorio dell’Inps e dall’Agenzia Nazionale per le politiche attive.

Cogliendo al volo queste critiche, seppur pretestuose, credo sarebbe l’ora di rimuovere progressivamente le condizionalità e contestualmente rendere sempre più universale la misura. Il momento è quello più propizio. Del resto il progresso tecnologico, l’automazione, l’efficientamento dei processi produttivi, la disintermediazione dei servizi e la digitalizzazione in generale (tra le prime voci di spesa del Pnrr) riducono esponenzialmente le ore lavorate incrementando allo stesso tempo la produttività, quindi i profitti. Il concreto rischio è quello di inasprire ulteriormente le diseguaglianze tra chi svolge lavori di tipo intellettuale e chi lavori manuali ripetitivi facilmente sostituibili dalle macchine.

La domanda più scontata che ci si pone è sempre la stessa: dove si trovano le risorse per finanziare il Reddito di base incondizionato? Dove si sono trovate fino ad oggi per finanziare le attività legate ai combustibili fossili estremamente dannosi per il pianeta. Dove si sono trovate fino ad oggi per finanziare la sanità privata. Dove si sono trovate fino ad oggi per finanziare – a processo – le agenzie private per il lavoro. Dove si sono trovate fino ad oggi per incentivare la transizione tecnologica e la digitalizzazione delle imprese. Quest’ultima indubbiamente la più nobile, ma che in termini di occupazione non può che portare nel medio lungo periodo a ripercussioni in termini di riduzione della forza lavoro, con i relativi costi sociali a carico della collettività.

In questi mesi non si fa altro che parlare di diritti universali e strumenti universali. Nell’ambito del lavoro è diventato di estrema attualità il dibattito sulla riforma degli ammortizzatori sociali con finalità universalistiche. Per cui mi sembra tutt’altro che anacronistico almeno iniziare una seria discussione sul Reddito di base universale, in particolare in un momento storico come questo dove il tema della transizione la fa da padrona.

Per i vantaggi di questa misura, richiamo alla lettura questo interessante articolo che riprende anche le argomentazioni di uno dei padri del Rbi, Guy Standing, docente dell’Università di Londra.