Il terrorismo psicologico sulla nota di aggiornamento del Def sta raggiungendo livelli incredibili. Le critiche sono spesso campate per aria, ma per rispondere sono intervenuto ieri in Commissione Lavoro al Senato.

Il 2,4% di deficit stabilito nella nota è da “irresponsabili”? Affatto. Di recente abbiamo assistito a deficit più alti (nel 2014 al 3%, nel 2015 al 2,6%), mentre noi, nel rispetto dei patti con l’Europa, restiamo ben al di sotto del 3% stabilito dai trattati. Altri Paesi sono andati ben oltre. Il Portogallo, che ha un rapporto debito/Pil simile al nostro, ha raggiunto un livello di deficit del 7,2%. In questo modo è tornato a crescere oltre il 2% annuo, la disoccupazione si è ridotta drasticamente e ora è attorno all’8%. Anche le agenzie di rating hanno rivalutato in meglio (BBB) il giudizio sui bond portoghesi. Evidentemente il risultato di una politica economica dipende dagli obiettivi che ci si pone.

La prova della nostra responsabilità, del resto, è nell’impegno a utilizzare 12,2 miliardi di euro per disinnescare le clausole di salvaguardia che avrebbero portato a un aumento dell’IVA. Non sono noccioline. Avremmo potuto spenderli per altre partite. Di certo questa situazione non è imputabile all’attuale Governo.

Le critiche più sferzanti (e assurde) continuano però a riguardare il reddito di cittadinanza, una misura presente in tutta Europa e che si inquadra in un più ampio progetto di politiche attive. Fare in modo che nessun cittadino resti sotto la soglia di povertà di 780 euro fissata da Eurostat è un dovere. Certo, se ci limitassimo a questo si potrebbe parlare di “assistenzialismo”, invece contestualmente ridiamo centralità ai centri per l’impiego con investimenti in formazione del personale, potenziamento dell’organico e della strumentazione, implementazione e sviluppo delle banche dati. Ci ispiriamo ai Paesi europei più avanzati per strutturare un sistema che migliori l’incontro tra la domanda e l’offerta del lavoro e, ricordiamolo, sono le imprese stesse a chiedercelo: cosa c’entra l’assistenzialismo?

Bisogna aggiungere che con l’introduzione di un salario minimo orario certe paghe da fame sparirebbero. E’ un obiettivo che abbiamo inserito nel Contratto di Governo e su cui lavoreremo. Non ci arriveremo dalla sera alla mattina, ma di certo non vogliamo continuare a comprimere i salari e a ridurre le tutele come fatto negli ultimi anni. Vogliamo invece fare come in Germania, dove l’efficienza del sistema Paese garantisce indici di produttività più alti e orari di lavoro inferiori (in Italia lavoriamo 350 ore in più all’anno e il nostro indice di produttività è di gran lunga più basso!).

Per fare ripartire il Paese prevediamo investimenti intelligenti in settori strategici e ad alta capacità di occupazione: efficientamento energetico e miglioramento antisismico, infrastrutture utili, gestione del territorio, energie rinnovabili. Inoltre sosteniamo con decisione gli investimenti in innovazione e tecnologia, ma con un’attenzione speciale per le Piccole e Medie imprese. E’ ormai noto che al Ministero dello Sviluppo Economico prevediamo un fondo di un miliardo per le aziende che vogliono investire nell’intelligenza artificiale e nella Blockchain.

Tre mesi prima che fallisse, “Lehmann Brothers” godeva di un giudizio medio-alto da parte delle più blasonate agenzie di rating (A+ da Fitch, A da Standard&Poor’s, A2 da Moody’s): quel crollo fu l’inizio della crisi economica mondiale. Che dire poi dei risultati delle ricette “lacrime e sangue” propinate dai sacerdoti dell’austerity? Se i cittadini il 4 marzo hanno deciso di cambiare c’è un motivo. Ovviamente potrà non piacere a chi ha curato a lungo gli interessi di pochi, ma al Governo proseguiamo dritto nell’interesse del Paese.


Il mio intervento in Commissione Lavoro al Senato