Innovazionedigitalizzazione non mi affascinano solo ora che sono sottosegretario. Nella scorsa Legislatura sono stato promotore dello studio “Lavoro 2025”, uno studio che attraverso un metodo di ricerca sociale ci ha aiutato a disegnare gli scenari più probabili del lavoro nel prossimo decennio.

Per questa ricerca non ci siamo rivolti al tipico giuslavorista di turno, ma abbiamo adottato un approccio multidisciplinare. Sociologi, psicologi, antropologi, esperti di organizzazioni aziendali, esperti di lavoro, tecnologi e altri tra i migliori intellettuali e professionisti d’Italia hanno incrociato le loro conoscenze e competenze costruendo un’immagine a 360 gradi del prossimo futuro. E’ chiara dunque la sensibilità e la disponibilità del Governo e del sottoscritto a raccogliere tutti gli spunti utili in quest’ambito.

Cerchiamo ora di capire in che condizione si trova il nostro Paese. Per alcuni fattori l’Italia ha delle peculiarità negative. Per esempio siamo il terzo Paese più anziano al mondo e da tempo siamo in fase di denatalità. Con gli attuali requisiti pensionistici si fa sempre più fatica a rinnovare la forza lavoro. A ciò si aggiunge un analfabetismo digitale notevole. Ricordo che l’indice di digitalizzazione di un Paese è inversamente proporzionale al suo indice di corruzione, un motivo in più che ci spinge a perseguire politiche di digitalizzazione.

Altra questione riguarda la dimensione delle imprese. Rispetto ad altri Paesi la dominanza delle Pmi ci rende meno capaci di innovare e investire.

Se il contesto non è dei migliori, per altri aspetti l’Italia è un Paese di creativi. Quanti sono i giovani italiani che hanno avuto successo all’estero grazie a startup e imprese innovative? La creatività non si compra al supermercato e noi faremo tutto il possibile per trattenerla nel nostro Paese.

In pochi mesi il Governo ha fatto tanto. Abbiamo aderito alla partnership europea sulla Blockchain (cosa che i nostri predecessori non hanno fatto), mentre al Mise abbiamo lanciato una call per costituire un tavolo ad hoc su questa tecnologia, utilissima per contrastare la contraffazione e per valorizzare il Made in Italy.

Al Ministero del Lavoro mi sto facendo promotore della costituzione di un Osservatorio sulla trasformazione delle professioni: ne conosco l’importanza anche in virtù della mia lunga esperienza di fabbrica. Ho vissuto sulla mia pelle la trasformazione dell’azienda metalmeccanica analogica in impresa digitale 4.0.

Avvicinare pratica e teoria, mondo del lavoro e formazione, resta allora determinante, ma vogliamo farlo in modo intelligente indirizzando bene le risorse. Tutte le risorse per gli istituti tecnici e professionali, concepiti proprio per introdurre i giovani nel mondo del lavoro, le abbiamo confermate.

Altra buona notizia: tra gli emendamenti alla legge di bilancio ce n’è uno che riguarda il credito di imposta per la formazione. Ma torniamo alle cose fatte:

  • abbiamo realizzato un piano per promuovere l’innovazione didattica e digitale nelle scuole;
  • proroghiamo iper- e superammortamento, aiutando in particolare le Pmi che assumono dei “digital transformation manager”;
  • abbattiamo l’Ires di nove punti per chi assume, investe e innova;
  • assegniamo un super bonus per chi assume giovani laureati e dottori di ricerca con particolari requisiti;
  • incrementiamo di 50 milioni di euro, per il 2019, il finanziamento per l’apprendistato finalizzato alla qualifica e al diploma professionale;
  • “svecchiamo” la Pubblica Amministrazione grazie a un piano straordinario di assunzioni;

Centrale è la riforma dei centri per l’impiego. Con un miliardo di euro implementiamo e formiamo il personale, adeguiamo la strumentazione, unifichiamo il sistema operativo di base e mettiamo in collegamento le banche dati. All’interno dei centri per l’impiego inseriamo figure specializzate come psicologi del lavoro e orientatori. E’ anche così che si combatte il “mismatch” tra domanda e offerta del lavoro.

Abbiamo altre proposte allo studio, come l’assegnazione di un bonus di 100 ore di formazione per aziende che assumono disoccupati aderenti al programma di reddito di cittadinanza.

Al termine di questo discorso, però, devo spendere qualche parola sul tema delle disuguaglianze, che vanno aumentando per effetto delle nuove tecnologie. Basta leggere il rapporto Oxfam (le 8 persone persone più ricche al mondo possiedono la ricchezza della metà della popolazione mondiale più povera, circa 3,6 miliardi di persone) ed esaminare i numeri dei “big players” mondiali del settore tecnologico e digitale: di fronte alla capitalizzazione di mercato di colossi come Apple e Amazon (ciascuna vanta 1000 miliardi di euro di capitalizzazione di mercato a fronte di un numero bassissimo di dipendenti) le grandi aziende dell’automotive o petrolifere del passato impallidiscono.

Tutto ciò pone seri problemi sul piano macroeconomico. Con il calo del numero di lavoratori la classe media viene meno. Vengono meno i consumi (che a lungo sono stati sostenuti per il 70% proprio dalla classe media) e tutta l’economia ne risente. Ecco perché abbiamo bisogno del reddito di cittadinanza. Finalmente si introduce in Italia un vero “riattivatore sociale” capace di dare lavoro, di garantire protezione sociale e di trasmettere nuove competenze.


Il mio intervento al Digital Italy Summit 2018 durante il panel “Formazione e lavoro nel settore pubblico e privato nell’era della digitalizzazione” (28 novembre 2018)