Dopo anni di pesanti riforme del mercato del lavoro, nella comunità internazionale è sempre più diffuso il bisogno di garantire adeguata protezione sociale contro la povertà, la disoccupazione tecnologica, le diseguaglianze.

E’ una convinzione maturata anche in seno all’Ocse ed è per questo se oggi, in vista della stesura dell’annuale “Rapporto Italia”, ho accolto volentieri una sua delegazione e ho spiegato nel dettaglio come vogliamo raggiungere questo ambizioso obiettivo.

Ho chiarito che il reddito di cittadinanza non è una misura “assistenzialistica”. L’obbligo di iscrizione ai centri per l’impiego, di partecipazione a programmi di formazione, di accettazione delle eventuali proposte di lavoro e di mettersi a disposizione per lavori di pubblica utilità nel proprio comune, fanno del reddito di cittadinanza uno strumento di reinserimento nel lavoro per chi è disoccupato. Trattandosi anche di un’integrazione del reddito, permetterà a chi ha già un’occupazione di non scendere mai sotto la soglia di povertà (780 euro).

Quanto ai centri per l’impiego, a prescindere dai tempi di attuazione dev’essere chiaro che non possiamo più rimandare una riforma tanto importante: nei centri per l’impiego italiani trova lavoro solo il 3% dei cittadini. La nostra riforma, anche in partnership con il settore privato, cambierà radicalmente l’incontro tra domanda e offerta. Abbiamo già avuto interlocuzioni proficue con Inps, Poste e altri soggetti pubblici detentori di banche dati, ma consci dell’importanza del settore produttivo, abbiamo allo studio degli incentivi per chi assume percettori di reddito e un bonus di 100 ore per le aziende che partecipano a progetti di formazione. Soluzioni peraltro già rodate in altri Paesi.

Veniamo alle pensioni, tema delicato per un Paese come il nostro che è il secondo più longevo al mondo. Va premesso che escludendo la parte assistenziale la spesa pensionistica italiana è nella media europea. Va detto anche che l’ultima riforma pensionistica ha modificato i requisiti per andare in pensione (ora i più alti in Europa). In prospettiva si risparmiano centinaia di miliardi di euro, ma questo cambiamento ha creato uno squilibrio impressionante nel Paese e inciso anche sull’indice di occupazione giovanile.

La domanda è: chi paga le pensioni? Nel sistema a ripartizione le paga chi lavora, e questo ci spinge ad assumere una visione di insieme che contempli, da un lato, un piano per aumentare le nascite, dall’altro una serie di interventi per ringiovanire la forza lavoro e tendere alla piena occupazione. Il sistema pensionistico si reggerà sempre di più su questi tre elementi, tenendo conto che nel lungo periodo la spesa tenderà a scendere per effetto del passaggio al sistema contributivo.

Noi con “Quota 100” introduciamo un’opzione: non stravolgiamo l’assetto attuale, ma consentiamo di raggiungere la pensione a chi ha almeno 38 anni di contributi e 62 anni di età. Tra i circa 350 mila destinatari non mancheranno coloro che preferiranno rimanere al lavoro.

Reintroducendo il bonus bebè nella legge di bilancio e intervenendo sul congedo di parternità abbiamo mosso i primi passi verso una politica più incisiva sul fronte demografico. I noti vincoli di bilancio non ci consentono di fare tutto, ma va precisato che anche il reddito di cittadinanza e l’estensione delle tutele per i lavoratori introdotte con il Decreto Dignità (dalla revisione dell’indennità di licenziamento agli incentivi per chi assume a tempo indeterminato, passando per la disincentivazione dei contratti a termine) aiuteranno cittadini e lavoratori a costruirsi un futuro e a guardare lontano.

A fianco delle misure che puntano alla protezione sociale auspicata dall’OCSE, ci sono gli interventi che mirano a contrastare l’emigrazione giovanile attraverso il sostegno all’imprenditorialità, a partire dalla flat tax al 15% per partita IVA con fatturato entro i 65.000 euro fino alle decontribuzioni per chi assume under 35. Più in generale, rispetto alla manovra dello scorso anno abbiamo investito nel settore imprenditoriale quasi il doppio delle risorse (da 12 a 20,3 miliardi di euro per l’intero ciclo temporale) e puntato maggiormente sulla formazione, oltre che sull’innovazione.

Per ogni settore di intervento – crescita, energia, innovazione e internazionalizzazione – stanziamo più che nella precedente legge di bilancio e per la prima volta lo Stato potrà fare investimenti diretti in Venture Capital, quindi in tutto il settore delle startup innovative per evitare la fuga di imprese e di giovani. Per favorire l’inserimento delle nuove generazioni nel mondo del lavoro stiamo anche lavorando al miglioramento degli istituti tecnici superiori.

Portare il Cambiamento nel nostro Paese è un compito impegnativo, ma abbiamo deciso di provarci intervenendo a 360 gradi nonostante i vincoli e le risorse a disposizione. Lo stiamo facendo con responsabilità e coraggio e sono certo che la comunità internazionale saprà riconoscerlo.