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“Al centro del sistema produttivo la persona: investire nell’innovazione e nella creatività”. Potrebbe essere questo il titolo dell’intervento che in veste di Sottosegretario ho voluto portare al convegno “Dignità e lavoro” organizzato venerdì 16 novembre dalla Caritas di Perugia. Un intervento nel quale ho rivendicato l’azione del Governo sia sul fronte della protezione sociale, sia nella promozione di uno sviluppo economico all’altezza dei tempi e orientato al futuro. Ecco il testo!



Innanzitutto vi ringrazio per l’invito e vi porto i saluti del Ministro del lavoro e dello sviluppo economico, Luigi di Maio. Sono orgoglioso di essere di fronte a questa platea per l’importanza che ha la Caritas, ma anche per il fatto di vedere tanti giovani, qui attorno a me.

Il tema del lavoro è un tema centrale, però al centro metterei sempre la persona.

Da quanti anni sentiamo parlare del problema della disoccupazione? Da sempre. Io ho quasi 37 anni ed è praticamente da quando sono nato che sento dire che questo problema ci riguarda, ed è sempre andato oltre il limite di disoccupazione fisiologica, che dovrebbe essere intorno al 2%.

Inoltre, ho sempre sentito parlare del fatto che bisogna creare lavoro per chi non ha lavoro. Son passati anni, son passati decenni, e purtroppo non siamo giunti ad una soluzione di tipo strutturale. Perché? Perché se le soluzioni sono complesse bisogna agire su più fronti.

Dal mio punto di vista, negli anni non c’è stata la giusta sensibilità rispetto a quanto le Istituzioni europee ci dicevano. Pensate che esiste una raccomandazione del 1992 che chiede agli Stati membri di dotarsi di uno strumento di sostegno al reddito. Sto parlando, per l’appunto, del reddito di cittadinanza.

Perché in questa fase, congiunturale anche di una serie di eventi, in questo momento storico, è così importante dotarsi del reddito di cittadinanza? Guardate, è un problema che riguarda non solo l’Italia: riguarda tutto il mondo. Le disuguaglianze stanno veramente cavalcando alla velocità della luce. Ce lo dicono tutti gli indici economici, ce lo dice il rapporto Oxfam – rapporto prodotto da una Ong – che misura le disuguaglianze nel mondo e ci dice che nel 2017 le otto persone più ricche al mondo detenevano l’equivalente della ricchezza della metà della popolazione mondiale, se consideriamo la parte più povera. Otto persone sono ricche quanto 3,6 miliardi di persone di questo pianeta. È un problema di carattere macro-economico perché queste persone super ricche, sebbene vivano nel lusso, non potranno mai consumare quanto quei 3,6 miliardi che rimangono in povertà.

Il reddito di cittadinanza è uno strumento a mio avviso fondamentale, ma da solo non è sufficiente. Vi spiego perché è fondamentale: perché è una riforma del lavoro, perché deve essere visto come un ri-attivatore sociale, perché chi intraprende quel percorso deve formarsi, deve dare delle ore del proprio tempo per metterle a disposizione delle comunità locali. Deve dimostrare che sta cercando effettivamente lavoro. E nel contempo, in mezzo, c’è un’importante riforma strutturale. 

Questo governo sta stanziando un miliardo di euro, nell’anno che verrà e negli anni futuri, per la riforma dei Centri per l’impiego. Perché devono avere un ruolo centrale i Centri per l’impiego? Perché in Italia il lavoro ci sarebbe anche. Nel distretto industriale pugliese, nel suo nucleo principale, si cercano addirittura 70mila lavoratori specializzati. In Lombardia, uno studio di Unioncamere ci dice che prendendo l’arco temporale che va dal 2017 al 2021, tenendo conto dei pensionamenti e della mortalità, le figure ricercate saranno oltre 500mila. Quindi, è vero che abbiamo un indice di disoccupazione molto elevato, ma è anche vero che esiste una difficoltà a mettere in relazione la domanda e l’offerta di lavoro.

La Germania, che secondo me ha qualcosa da insegnarci, investe molto nelle politiche attive del lavoro. E parlando di Centri per l’impiego, hanno dieci volte il numero dei dipendenti che abbiamo in Italia. In quelli italiani ci sono dei problemi, non funzionano come dovrebbero funzionare: per esempio bisogna formare il personale che vi lavora, bisogna migliorarlo, implementare anche l’organico, implementare le dotazioni informatiche, mettere a sistema i sistemi operativi, anzi, fare un sistema operativo unico perché non è possibile che un centro per l’impiego non comunichi con gli altri. Ci vorrà del tempo, certamente, ma questo deve essere fatto immediatamente. 

Tornando alle questioni di carattere economico, la disuguaglianza è un problema perché chi accumula, come i ricchi, accumula e non spende. Il 70% della spesa, il consumo, è determinato dalla classe media. Se la classe media scompare, è un problema anche per le attività produttive, per il commercio. Se, al contrario, si dà un reddito a chi è sotto la soglia di povertà relativa, che sono quei 780 euro al mese, il sussidio verrà impiegato immediatamente nel mercato, soprattutto per spese che hanno una loro etica: per curarsi, per alimentarsi, per vestirsi, per l’istruzione, per la cura dei propri figli. Quindi da questo punto di vista è una componente molto importante: si riattivano i moltiplicatori keynesiani, si crea una maggiore propensione al consumo, una marginale propensione al consumo.

Chiaramente questa cosa da sé non è sufficiente. In cosa bisogna investire? Bisogna investire nell’innovazione: siamo nell’era del digitale, siamo nell’era in cui si parla di intelligenza artificiale, di protocollo blockchain, di internet delle cose, di machine learning: sono tutti termini inglesi che però hanno un impatto quotidiano nel mondo del lavoro.

Io vorrei fare un sondaggino, anche se qui la platea è molto giovane. Quanti di voi, rispondete per alzata di mano, ha un conto in banca online? Vedete, ognuno di voi è responsabile di un disoccupato all’interno del sistema bancario, perché chiaramente tutto ciò che faceva il bancario lo fate voi. Questo fa parte della rivoluzione del digitale. Questo non vuol dire che dobbiamo essere contro l’innovazione tecnologica, anzi bisogna accelerare determinati processi, però occorre gestire questo periodo di transizione. 

Ho fatto l’esempio del conto in banca online, ma posso fare mille altri esempi. Penso all’assicurazione online. Penso che oggi in un’agenzia viaggi non vada quasi più nessuno: ora le prenotazioni si fanno tutte online. Penso, a livello più materiale, anche al semplice lavaggio delle auto, ormai lo si può fare in maniera completamente automatizzata. I caselli delle autostrade, le casse nei supermercati…

Amazon su tutti sta investendo su quel settore: ha già avviato a Seattle il primo negozio senza casse dove, addirittura, basta la propria carta di credito: grazie a un Qr code applicato sui prodotti, si passa comodamente attraverso uno scanner in uscita e gli acquisti vengono addebitati direttamente sulla propria carta.

L’azienda che ha il maggior numero di dipendenti nel mondo è la Walmart, concorrente di Amazon, che ha oltre 2 milioni di dipendenti. Se dovesse digitalizzare il lavoro potrebbe ridurre del 90% i dipendenti. Amazon invece cosa fa? Amazon, questa azienda della Information Technology Comunications, riesce a fare tanto fatturato quanto la Walmart o quanto certe industrie che un tempo rappresentavano le top ten per valore di mercato (erano un tempo le industrie petrolifere). Amazon fa tanto fatturato, anche di più, ma con un decimo di dipendenti, e crea molta più ricchezza.

Quindi qual è il problema? La redistribuzione. C’è la crisi, c’è la crisi, c’è la crisi, è un mantra ragazzi… La crisi economica non c’è. C’è semmai una crisi di sistema, una crisi per la moltitudine, altrimenti qualcuno mi deve spiegare perché da quando è iniziata la crisi in Italia, nel 2007/2008, il numero di miliardari, cioè i possessori di più di un miliardo di euro, è triplicato dal 2007 ai giorni nostri. 

Nel contempo è aumentato il numero dei poveri in Italia. Triplicati i ricchi, triplicati i poveri. Quindi, ritornando al fulcro, ai punti sui quali si deve puntare, c’è sicuramente un sostegno al reddito che deve essere legato alla formazione.

La formazione è importante perché siamo in continua evoluzione: l’impresa non ha più la durata di un tempo, che si tramandava di padre in figlio, le imprese hanno una vita sempre più breve. Quindi nel periodo in cui non si lavora bisogna garantire un sostegno al reddito, che è vitale, perché è il reddito che ti include nella società.

Paradossalmente oggi, alla faccia della gig economy, si è poveri facendo due o tre lavori. Questo vuol dire che siamo tutti sotto ricatto, non si può accettare per forza qualsiasi lavoro. E’ per questo, sottolineo ancora, che bisogna mettere al centro la persona.

Investire nell’innovazione, abbiamo detto: noi in questa legge di stabilità investiamo in progetti di sperimentazione (protocollo blockchain, intelligenza artificiale, Internet delle cose e molte altre cose per le imprese). 

Le nostre imprese fanno fatica ad innovare, perché la maggior parte sono piccole o medie rispetto a quelle di altri Paesi, come Francia o Germania, dove ci sono grandi multinazionali che hanno capacità di investimento molto più importanti, ed è per questo che bisogna avere un occhio di riguardo verso le piccole/medie imprese.

Occorre investire nelle infrastrutture: perché in un sistema-Paese che funziona, una sburocratizzazione e una digitalizzazione della Pubblica amministrazione consente alle imprese di lavorare al meglio. Quindi infrastrutture, anche viarie, che funzionino, da nord a sud.

Altro aspetto sicuramente importante che volevo sottolineare in questo intervento, è che il reddito di cittadinanza interessa i cittadini dal nord a sud, non solo una determinata platea. Interessa il 44% di percettori che sono al nord. Una delle regioni più interessate per il numero di percettori è la Lombardia, la produttiva Lombardia. È al terzo posto tra le venti regioni italiane.  

Altra cosa che volevo dire, rivolta soprattutto ai giovani, che riguarda le nostre imprese, è sicuramente la produttività. Migliorare la produttività vuole dire essere più competitivi e, magari, anche lavorare meno, oppure lavorare il giusto.

Molti non sanno che i lavoratori italiani lavorano mediamente 350 ore in più rispetto ai lavoratori tedeschi. E infatti loro hanno un tasso di disoccupazione molto inferiore, hanno uno stipendio più alto, pur lavorando meno. Questo certamente è indice del gap che ha il nostro Paese.

Parlo di questo perché una delle leve, degli acceleratori – oltre al miglioramento dei processi produttivi e dell’organizzazione del lavoro – è il ruolo dei giovani. Le nostre aziende sono formate, purtroppo, da persone già avanti con gli anni. Quindi noi abbiamo, con l’innalzamento dell’età pensionabile, una forza lavoro anziana – se così mi posso permettere di dire – e un tasso di disoccupazione giovanile elevato. 

I giovani all’interno del mondo del lavoro, soprattutto in un mondo in continua evoluzione, portano un valore aggiunto incredibile. I giovani sono multitasking, sanno fare più cose contemporaneamente, sono tutti esperti informatici, sono abituati alle nuove tecnologie. Ancora, sono creativi, sono bravi nel problem-solving e soprattutto sono bravi nel lavorare in team. Magari sono meno analitici, per certi versi, però hanno tutta una serie di qualità che purtroppo rimangono inespresse perché non trovano lavoro.

Quindi riuscire anche a “svecchiare” la forza-lavoro è fondamentale. Certo, con una sorta di staffetta generazionale, con una complementarietà tra il lavoratore cosiddetto analogico e il lavoratore digitale. Ecco perché è opportuno mettere mano alle pensioni, cioè ai requisiti pensionistici.

Magari, vista la platea di giovani, qualcuno di voi ha un padre che lavora o un nonno che ancora lavora, che fa fatica, che non ha più la forza fisica o la lucidità mentale, e quindi è meno produttivo e costa molto più di un giovane. Intervenire su questo fronte è sicuramente fondamentale per migliorare le leve produttive e includere nel mondo del lavoro i giovani. 

Questi ragazzi quanti anni hanno? Frequentano il quinto anno delle scuole superiori? Quindi hanno 17/18 anni… Io ho iniziato a lavorare quando avevo 15 anni. Poi mi sono diplomato facendo la scuola serale. Ho iniziato a lavorare in un’azienda metalmeccanica. A 15 anni avevo già i calli sulle mani, respiravo già la fuliggine delle smerigliatrici, respiravo i fumi delle saldatrice e vi assicuro che non è una bellissima esperienza: quando a 15 anni sei nel pieno della giovinezza hai in mente tanti progetti. Il lavoro sì, è importantissimo, assolutamente – e mi piace il fatto che in questo convegno si parli di “Dignità e Lavoro” -, però è importante che il lavoro sia di qualità e di dignità e che voi continuiate a inseguire le vostre aspirazioni.

Secondo me è fondamentale: non smettete di sognare. Il lavoro del futuro sarà un lavoro creativo, proprio per via della disoccupazione tecnologica, così si chiama. I lavori manuali, ripetitivi e anche quelli intellettuali, saranno quelli più facilmente sostituiti dalle macchine. Saranno lavori sostituiti da software. I giovani devono puntare sulla loro creatività!

Viviamo in un Paese che ha la più alta concentrazione di siti Unesco, che potrebbe vivere di bellezza, di turismo, di cultura. Abbiamo il più grande patrimonio artistico-culturale-museale al mondo… Vi faccio questo appello perché voi siete il futuro.

Ora mi aspetto che farete anche tante domande. E con questo vi ringrazio.