Oggi, giovedì 9 luglio, ho partecipato a “ControSenso”, il festival dell’informazione svoltosi a Tagliacozzo per discutere di JobsAct.

Tra i relatori l’ex ministro, ora Presidente di commissione Lavoro al Senato, Maurizio Sacconi. Ascoltandolo mi sono sentito catapultare nel passato. Competitività, crescita, internazionalizzazione, imprenditorialità, tutte parole messe in fila ma vuote di una visione proiettata al futuro.

Mentre cercavo di seguire i suoi ragionamenti mi sembrava di guardare un film in bianco e nero, uno di quei classici dalla pellicola consumata.

Appena ho preso parola ho iniziato a elencare una serie di studi e precedenti storici sull’inefficacia delle politiche volte a precarizzare il mondo del lavoro e nel contempo ho smentito scientificamente i luoghi comuni sulla rigidità dei contratti di lavoro in Italia. Ho citato lo studio dell’Ocse che dimostra come l’Italia abbia un livello di protezione dei contratti a tempo indeterminato inferiore a Francia, Germania, Belgio e Olanda. Ho citato il precedente della Spagna che nel 2011 con la riforma del Governo Rajoy del mercato del lavoro, pur avendo reso più semplici i licenziamenti e flessibilizzato i contratti, a distanza di 4 anni ancora non si vedono i risultati. Ho citato il premio Nobel all’economia Joseph Stiglitz sul principio che la precarietà deve essere contingentata e remunerata maggiormente. Ho citato l’ex Ministro Robert Reich dell’amministrazione Clinton che con il suo documentario “Inequality for all” ha posto il problema di carattere macroeconomico che la disuguaglianza sociale produce come dimostrato anche dal rapporto Oxfam. Ho citato lo studio dell’Oxford Martin School “The future of employment” che in un centinaio di pagine analizza i mutamenti che il mondo del lavoro subirà nei prossimi 10/20 anni a seguito dell’evoluzione esponenziale della tecnologia, applicata appunto al lavoro e alla quotidianità delle persone. Ho citato le relazioni dei professori americani Erik Brynjolfsson e Andrew Mcafee sulla necessità di introdurre un reddito minimo garnatito e incondizionato.

Non ho la sicumera di chi crede di avere la verità in tasca, ma sono fiero di continuare a cercare una visione diversa rispetto al modello precostituito che sta vivendo una crisi sistemica e irreversibile. Liberiamoci dal passato e buttiamo lo sguardo un po’ più in avanti, solo con un pensiero nuovo e libero si può costruire insieme un nuovo modello di società sicuramente migliore di quello che stiamo vivendo.