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Qui di seguito una mia recente intervista per la testata online DiariodelWeb. A parte qualche imprecisione della giornalista, spero di aver reso l’idea della visione a 5 stelle del lavoro:

Il M5s, con un’interrogazione parlamentare firmata dalla deputata Carla Ruocco ed altri esponenti grillini, rilancia in Parlamento il problema della disoccupazione giovanile e affronta le criticità della Garanzia Giovani, uno dei pochi strumenti messi in campo dall’UE (e finanziato con un miliardo e mezzo di euro) per ridare speranza alla gioventù italiana. 

Il deputato Claudio Cominardi, firmatario dell’interrogazione e membro della Commissione Lavoro alla Camera, è stato intervistato da DiariodelWeb.it e manifesta tutto il suo pessimismo in merito alla gestione della stessa Garanzia Giovani da parte del governo. 

Secondo Lei, la Garanzia Giovani così com’è stata concepita è in grado di creare effettivamente nuovi posti di lavoro?
«Secondo me NO. Sia per come vengono utilizzati i fondi, sia (e soprattutto) perché non c’é assolutamente una visione d’insieme. Per quanto riguarda la disoccupazione, si tratta di un problema sistemico, strutturale. L’Europa ha messo a disposizione 1,5 miliardi ma sono irrisori. E, quel che è peggio, saranno usati in maniera impropria come in passato: per consulenze, ad esempio. O nella formazione: e dietro ci saranno, ancora una volta, personaggi equivoci come il deputato Pd Francantonio Genovese, appena arrestato perché coinvolto nell’inchiesta «Corsi d’oro», che provvederanno a far sparire gran parte dei soldi».

Lei ha detto che manca una «visione d’insieme». Mi spieghi meglio cosa intende
«Ci troviamo nella terza rivoluzione industriale e bisogna tenerne conto. Un dato interessante che vale la pena sottolineare: secondo un recente studio dell’Oxford Institute, negli Usa entro i prossimi vent’anni sparirà il 40% delle professioni. Si tratta di quei mestieri, per lo più intermediari e servizi (come le banche) che diventeranno superflui e obsoleti con l’evolversi della tecnologia. Aumenteranno i profitti, ma l’occupazione diminuirà. Ci saranno nuovi lavori, ma non saranno in grado di compensare del tutto la scomparsa di quelli vecchi. E la disoccupazione aumenterà ancora».

Di fronte a questa prospettiva, quali sono le strade da intraprendere per evitare un’ulteriore crescita della disoccupazione?
«Invece di proporre di aumentare gli straordinari per aumentare la produttività, come proposto da Sacconi nella scorsa legislatura, bisognerebbe ridurre progressivamente le ore di lavoro. Contrariamente a quanto si crede infatti, la riduzione delle ore di lavoro non rallenta la produttività, anzi. Secondo gli studi più recenti la regola magica è la seguente: meno ore di lavoro, più produttività. Il rallentamento dell’attività produttiva si concentra nelle ore finali della giornata, così come il maggior numero di infortuni. Diminuire le ore di lavoro significa dare più qualità allo stesso».

Nel resto d’Europa, però, si va esattamente nella direzione opposta. In Francia sono state appena cancellate delle festività dal calendario dei lavoratori, perché si ritiene convintamente che togliere giorni di vacanza possa incrementare il Pil nazionale.
«Ed è un grosso errore. La Germania ha fatto esattamente il contrario, ha ridotto le ore di lavoro migliorando la sua produttività. In Italia occorre innanzitutto cambiare la visione delle cose. Non c’é collegamento tra università e imprese, e non esiste un sistema duale scuola-lavoro. Non siamo in grado di preparare i giovani al lavoro. Non siamo al passo coi tempi, non c’é una visione del futuro».

Cosa proponete allora voi del M5s?
«Personalmente, mi sto occupando di un’indagine conoscitiva sul tema della ‘disoccupazione tecnologica’. Occorre incentivare la formazione sulle nuove tecnologie. E deve cambiare la normativa del lavoro. E’ necessario rivedere le regole sui contratti e soprattutto ridurre le ore di lavoro mantenendo lo stesso potere d’acquisto.»

Non è un paradosso pensare di ridurre le ore di lavoro dei propri dipendenti mantenendo loro gli stessi stipendi per salvare il potere d’acquisto?
«No, è una cosa che si può fare. Gli studi lo dimostrano, ridurre le ore di lavoro non vuol dire diminuire la produttività, tanto meno implica un calo dei profitti. In Nord Europa (si pensi per esempio all’Olanda e alla Danimarca) mediamente si lavora di meno, ma ciò non incide negativamente sulla produttività nazionale. Inoltre, altri studi dimostrano che all’aumentare della precarietà non si accompagna affatto un incremento dell’occupazione».

Per incentivare l’occupazione giovanile, Lei sarebbe favorevole a dare uno stipendio (non una borsa di studio, ma uno stipendio vero e proprio) ai giovani che decidano di intraprendere studi di materie tecnico-scientifiche che possano aprire loro le porte di un miglior futuro professionale?
«No. Personalmente non sono d’accordo. Occorre incentivare le conoscenze tecnologiche, questo sì. Ma ognuno dovrebbe avere il diritto di potersi realizzare in base alle proprie inclinazioni. Abbiamo qualcosa d’importante nel nostro paese che stiamo perdendo: l’artigianato, la tradizione. Non c’é più scambio generazionale. Bisogna che i giovani tornino a stare vicino alle botteghe per trasferire la conoscenza. Il futuro non esclude il passato. Avere una visione del futuro non significa rinunciare al proprio patrimonio culturale e professionale. L’artigianato italiano fa parte della nostra storia, così come la cultura. Sembra un discorso futuristico e poco concreto, ma in realtà non lo è affatto».

 

Fonte: Diario del web